A.C.F. Analisi ” De laude novae militiae” (parte quarta e ultima)

[…]Innanzitutto certamente non manca la disciplina, né l’obbedienza viene mai disprezzata1: poiché, secondo la testimonianza della Scrittura, Il figlio disobbediente perirà (Eccl, XXII, 3) e opporsi alla disciplina è peccato pari all’esercizio della magia, e non voler obbedire è peccato quasi come l’idolatria (I Re, 15, 23)2. Ad un cenno del superiore si viene e si va si veste di ciò che egli donò; né si attende da altre fonti il nutrimento e il vestito. Nel vitto e nell’atteggiamento ci si astiene da ogni cosa superflua, si provvede alla pura necessità. Si vive in comune, con un genere di vita sobrio e lieto senza spose e figli3. E affinché la perfezione evangelica sia completamente realizzata, essi abitano in una stessa casa, con un stessa regola di vita e senza possedere niente di proprio solleciti di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace (Ef, 4, 3). Diresti che tutta questa gente abbia un cuore solo ed un’anima sola: a tal punto ognuno si sforza di seguire non la propria volontà ma quella di chi comanda. Non siedono mai oziosi, né gironzolano curiosi; ma quando non sono occupati in guerra (cosa che succede davvero di rado), per non mangiare il pane ad ufo riparano le armi e le vesti danneggiate, o rinnovano quelle vecchie, o mettono in ordine ciò che è in disordine, ed infine la volontà del maestro e la comune necessità dispongono il da farsi. Tra di essi nessuna preferenza: il rispetto è dato al migliore, non al più nobile di natali.4 Fanno a gara nell’onorarsi a vicenda (Rm, 12, 10); e vicendevolmente portano il loro fardello, per compiere così la legge di Cristo (Gal, 6, 2). Mai una parola insolente, un’azione inutile, una risata sguaiata, una mormorazione per quanto leggera e fatta sottovoce, quando vengono colte in fallo restano impunite. Detestano il gioco degli scacchi e dei dadi5; la caccia è tenuta in spregio, né si rallegrano della cattura di uccelli per diporto cosa molto in voga.6 Sdegnano ed aborriscono i mimi, i fattucchieri, i cantastorie, le canzoni scurrili, gli spettacoli dei giocolieri, e così pure le vanità e le follie contrarie alla verità.7 Tagliano corti i capelli sapendo che, come dice l’apostolo, è vergognoso per un uomo curarsi la chioma (I Cor, 11,4). Non si acconciano mai, si lavano di rado, ma sono piuttosto irsuti per la capigliatura negletta, bruttati di polvere, abbronzati dall’armatura e dal forte calore. (San Bernardo da Chiaravalle, De Laude Novae Militiae, capo IV, capitolo 7)8

 

Alla fine di questo ciclo di brani commentati è doveroso un sentito ringraziamento a don Maurizio Ceriani, parroco di Casei-Gerola e limitrofi, vicario foraneo della Diocesi di Tortona e cavaliere investito dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, il quale ha anche revisionato le bozze e mi ha fornito alcuni suggerimenti per la forma generale di alcuni commenti.

1L’obbedienza è, per il cavaliere, una virtù fondamentale: sebbene colui che decide debba tener conto di determinati fattori (quali il non poter richiedere al cavaliere di compiere un’impresa disonorevole o contraria alla fede cattolica), allo stesso tempo il sottoposto deve necessariamente, ed inappellabilmente, obbedire. Questa forma di obbedienza è legata non solo ad un mero esercizio di umiltà, bensì ha anche risvolti pratici come si può vedere nella società feudale del tempo, in cui il giovane nobile, prima come paggio e poi come scudiero, era tenuto a servire il signore che lo proteggeva per ben quattordici anni, periodo durante il quale imparava non soltanto a fare esercizio di virtù ed a temprare il proprio orgoglio, ma anche e soprattutto ciò che gli sarebbe servito in futuro per le sue funzioni da governante (quali, per esempio, le arti della scherma, del combattimento a cavallo e del buon governo); in pratica, per la società del tempo era lapalissiano che colui che avrebbe dovuto governare prima dovesse imparare ad obbedire.

2E’ interessante fare un raffronto con Raimondo Lullo, Libro dell’Ordine della Cavalleria, (parte VI, 17 e 19). Queste condanne derivano dalle proibizioni della Sacra Scrittura (in cui sono citate, sempre negativamente, molte volte le pratiche magico-esoteriche, basti pensare al famosissimo Esodo 22, 17: “Non lascerai vivere colei che pratica la magia”, o anche a Levitico 20, 27, idem 20, 6 e pure ad Atti 16, 16-18). A queste pratiche, per cui sono previste pene severissime nel Vecchio Testamento e nel Nuovo sono uno dei motivi dell’esclusione dalla Grazia salvifica, viene paragonato da San Bernardo l’atto stesso della disobbedienza, per significare quanto sia grave per un cavaliere non saper obbedire; ciò ha anche un senso teologico, dal momento che, come la magia e la superstizione sono atti di disubbidienza a Dio, qualsiasi atto di disubbidienza al superiore (immotivato o dettato da interessi personali) è un atto di disubbidienza all’autorità costituita stessa, e quindi al Signore, da cui discende tale autorità.

3Questa proibizione ha senso specialmente per gli ordini monastico-cavallereschi, i cui membri regolari professavano voti di castità, e non in ogni circostanza, ovviamente.

4E’ questo un altro punto molto importante, con cui San Bernardo vuole distinguere la cavalleria monacale da quella secolare, in cui invece contava moltissimo la nobiltà di sangue: in quest’ultima, infatti, spesso si riteneva che la nobiltà di lignaggio coincidesse anche con la nobiltà morale (tesi ripresa, seppure ammettendo eccezioni in presenza di virtù eroiche e manifeste, anche da Lullo). Al contrario, nella nuova cavalleria di San Bernardo ciò che conta, prima dell’estrazione sociale del cavaliere, sono le virtù e le buone disposizioni dell’animo: infatti, sono queste ad evitare che colui che uccide o viene ucciso in battaglia divenga un assassino (vedi estratti precedenti). Questa idea di cavalleria, tuttavia, al di fuori delle realtà ecclesiali stenterà a prendere piede, tanto che soltanto a partire dalla fine del ‘400 in poi diverrà chiaro anche a livello della società civile che il cavaliere è tale non tanto per i natali ma per le proprie virtù.

5Più che detestare in senso moderno San Bernardo si riferisce al fatto che queste passioni vengano considerate futili, e quindi a cui bisogna destinare poco del proprio tempo a favore di mansioni più importanti; a tal proposito, si veda anche la nota 7.

6Questa era uno dei più curiosi divieti della Regola templare, non priva però di una sua logica ed applicabile anche ad altri ordini monastico-cavallereschi e che si riferisce ad una vera e propria mania dell’epoca: la caccia. Come riporta anche Lullo (Libro dell’Ordine della Cavalleria, parte II, 10), andare a caccia (soprattutto di prede di grossa taglia quali orsi, cervi, cinghiali e leoni) era un esercizio proprio del cavaliere secolare, non soltanto come mera attività ludica e sociale ma anche come vero e proprio allenamento delle virtù guerresche. Tuttavia, con il passare del tempo questa attività assunse sempre più la guisa di una vera e propria mania: basti pensare ad esempio alla pratica della falconeria, diffusissima presso le corti europee ed a cui Federico II di Svevia, intorno al 1260, cioè pochi decenni dopo quelli in cui San Bernardo scrisse il De Laude, dedicò l’opera De arte venandi cum avibus. Una delle proibizioni più singolari, ma per la mentalità nobiliare del tempo anche una delle più opprimenti, imposta ai cavalieri del Tempio era proprio quella di non cacciare alcunché ad eccezione dei leoni: dette fiere, per la loro pericolosità nonché perché rappresentanti simbolicamente il Diavolo (1Pietro 5, 8: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare”) erano l’unica preda ammessa. Questa norma rientra nel contesto della severa critica alle attività facete e mondane, spesso travianti l’animo del cavaliere.

7Questo passo è più facilmente comprensibile ricordando come Sant’Agostino da Ippona nella Città di Dio condannò il teatro quale forma d’indecenza, per svariate ragioni, non ultima per la persistenza nelle opere teatrali di riti e concetti pagani, oltre alla sovente indecenza delle storie raccontate. Inoltre, essendo ciò che viene rappresentato finzione scenica (e, quindi, su ciò che intrinsecamente è falso a priori) non può che essere ripudiato dal santo, che invece cerca e persiste nella verità. Infine, queste cose sono condannate anche come intrinsecamente vane e distoglienti il cavaliere da occupazioni ben più proficue. E’ da notare anche come San Bernardo ricordi ancora lo sdegno che provano i cavalieri cristiani dinanzi all’occulto ed alle superstizioni (i “fattucchieri”), per le motivazioni già dette precedentemente (vedasi punto 1).

8Ciò viene evidenziato per mettere in risalto le doti del cavaliere appartenente alla “nuova cavalleria” di San Bernardo, per certi aspetti simile ai Padri del Deserto e, più in generale, agli asceti della tradizione cristiana, evidenziando pertanto la loro noncuranza (piuttosto che trasandatezza) per l’aspetto esteriore perché concentrati sull’interiore. E’ da notare tuttavia che, nonostante il cavaliere ignori il suo aspetto esteriore (sebbene ad esempio i Templari stessi fossero soggetti a misure disciplinari, quali capelli, barba e baffi regolati uniformemente, volte a sottolineare la loro appartenenza a Dio ed a un ordine monacale; si veda il punto XXVIII della regola templare a tal proposito) a favore di quello interiore, veniva dedicata una cura assidua e scrupolosa dell’equipaggiamento, come si è visto precedentemente. Questo non soltanto per l’uso bellico delle stesse armi, ma anche per il significato che veniva fornito ad esse: ad esempio, la spada rappresentava la verità, l’elmo la virtù dell’umiltà e così via.

Dott. Antonio Borrani

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