A.C.F. – Analisi “De laude novae militiae” (parte uno)

[…] Infatti, tu che sei cavaliere secondo le norme della cavalleria secolare1, ogni volta che entri in battaglia devi soprattutto temere di uccidere te stesso nell’anima se uccidi il nemico nel corpo o di essere ucciso nell’anima e nel corpo se è il tuo nemico ad ucciderti. Inoltre, per il cristiano, il pericolo o la vittoria vengono giudicati non dal successo delle azioni, ma dalla disposizione del cuore.2 Se la causa per la quale si combatte è buona, l’esito della battaglia non potrà essere cattivo, allo stesso modo non sarà stimata buona conclusione quella che non sia stata preceduta da una buona causa e da una retta intenzione Se nell’intenzione di uccidere l’avversario ti succederà invece di essere ucciso, tu morirai da omicida. E se avrai il sopravvento nel desiderio di sopraffare e di vendicarti, vivrai da omicida.3 L’omicidio non giova né a chi vive, né al vinto né al vincitore. Infelice vittoria quella mediante la quale, vincendo un uomo, soccombi al peccato! E dal momento che sei dominato dall’ira o dalla superbia, invano ti glorierai di aver dominato il tuo avversario. Vi è tuttavia chi uccide non per desiderio di vendetta né per brama di vittoria, ma solo per salvare la propria vita. Ma neppure questa affermerò essere una buona vittoria: dei due mali il minore è morire nel corpo che nell’anima. Infatti l’anima non muore per l’uccisione del corpo: ma l’anima che avrò peccato morrà.” (San Bernardo da Chiaravalle, “De Laude Novae Militiae”, capo I, capitolo II)

1 Ciò che infatti sostiene San Bernardo è che il cavaliere cristiano non deve combattere e spargere sangue per la gloria, la vendetta o per il proprio orgoglio, bensì per la gloria di Dio e, quindi, per ben altre motivazioni. Ne consegue, pertanto, che la cavalleria monacale deve essere al disopra di questi fattori, che anzi sono assai pericolosi per l’anima del cavaliere. San Bernardo da Chiaravalle è in effetti, come si può leggere nel capitolo III, fortemente ostile alla cavalleria secolare, che ben distingue dalla cavalleria monacale.

2 Si noti che nel 1079 il Concilio di Poitiers, sebbene fosse soltanto locale, sancì la scomunica per i chierici che portavano con sé armi (anche se questa rimase inascoltata ed inapplicata proprio a causa della natura stessa del sinodo). Nel 1130, sotto Innocenzo II, fu promulgata la scomunica anche per coloro che partecipavano a giostre e tornei, scomunica revocata soltanto nel 1281 con il cambiamento delle armi usate (che persero le proprie finalità offensive, a favore di una componente più spettacolistica e meno truculenta). Infine col Concilio Lateranense II, nel 1139, venne promulgato il divieto di sepoltura cristiana per i chierici che si dedicavano a giostre e tornei, nonché il divieto di usare armi a distanza contro altri cristiani. Sebbene San Bernardo sia vissuto ed abbia scritto il “De Laude” tra il 1128 ed il 1136, le proibizioni che saranno poi (o che erano state) addotte dalla autorità ecclesiastica per regolamentare o proibire determinati usi delle armi furono sostanzialmente motivate con gli stessi argomenti messi in risalto dal santo. Occorre, però, una precisione di natura ecclesiologica: il monaco non necessariamente è un chierico (come può essere invece, per esempio, un sacerdote), pertanto quegli ecclesiastici che praticavano la cavalleria monacale non incappavano nella scomunica del 1079. Questi divieti sorgono tra l’XI ed il XII secolo proprio perché i tornei e le giostre, oltre ad essere spesso brutali, prevedevano un inutile spreco di sangue cristiano; già questo si scontra con ciò che sostiene infatti San Bernardo, per cui il cavaliere cristiano non deve combattere e spargere sangue per la gloria, la vendetta o per il proprio orgoglio, bensì per la gloria di Dio e , quindi, per ben altre motivazioni. Ne consegue, pertanto, che la cavalleria monacale deve essere al disopra di questi fattori, che anzi sono assai pericolose per l’anima del cavaliere.

3 Questo è il fulcro del ragionamento di San Bernardo: non soltanto se colui che desidera uccidere uccide è un omicida, ma anche chi viene ucciso mentre desidera ciò lo è; questo perché non conta soltanto l’esito dello scontro ma anche come questo viene condotto e quali sono le sue motivazioni. L’abissale differenza tra omicidio e malicidio per il santo è tutta qui: il cavaliere non deve desiderare la morte del suo prossimo, anzi deve rifuggire simili desideri perché non possono che condurre alla morte dell’anima. L’uccisione del nemico non deve avvenire pertanto per i motivi sopra elencati (gloria, vendetta, orgoglio o ira), ma per il famoso a maggior gloria di Dio, cioè per la protezione dei luoghi santi e degli altri fratelli nella fede; non rientra in questo neppure la legittima difesa, a differenza invece di Sant’Agostino. Per coloro che uccidono invece legati ai motivi elencati precedentemente, l’omicidio dell’avversario non può che condurre alla morte della propria anima.

Antonio Borrani  (Galaad da Fiorenza)

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