A.C.F. – Analisi “De laude novae militiae” (parte tre)

5. E che, dunque, se ferire di spada fosse dei tutto illecito per il Cristiano, perché dunque l’araldo del Salvatore avrebbe prescritto ai soldati di essere contenti dei loro stipendi (Lc 3, 14) e non avrebbe piuttosto interdetto loro l’uso di ogni arma?1 Se invece è permesso a tutti – e ciò risponde a verità – o almeno a quelli ordinati espressamente per volere divino2 all’esercizio delle armi, è che non hanno fatto voto di maggior perfezione da chi, io chiedo, dovrebbe esser tenuta la nostra città di Sion,3 città della nostra fortezza, se non dal braccio e dal valore dei cristiani, per protezione nostra e di tutti? Così che, avendone scacciati i trasgressori della legge divina, con sicurezza vi entrino i giusti, custodi della verità. Siano dunque disperse senza timore le nazioni che vogliono la guerra (Sal, 67, 31); siano estirpati coloro che ci minacciano, e siano scacciati dalla città del Signore tutti i malfattori che tentano di portar via da Gerusalemme le inestimabili ricchezze del popolo cristiano ivi riposte, che contaminano i luoghi santi, che si trasmettono di padre in figlio il santuario di Dio.4 Sia sguainata la doppia spada5 dei fedeli sulle teste dei nemici per distruggere qualunque superbia (ad destruendam omnem altitudinem) che osi ergersi contro la conoscenza di Dio, che è la fede cristiana, affinché le nazioni non dicano: Dov’ è il loro Dio?6 (Sal, 113, 2) (San Bernardo da Chiaravalle, De Laude Novae Militiae, capo III, capitolo 5)

1Il brano a cui si riferisce è il seguente: “Lo interrogavano [Giovanni il Battista] anche alcuni soldati: “E noi cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”. Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, il cristianesimo non è mai stato contrario all’uso delle armi, bensì soltanto al cattivo uso di esse, quali appunto saccheggi e rapine durante le campagne, o le invasioni nei confronti di altri Stati cristiani.

2Questa frase dimostra come non soltanto i membri degli ordini monastico-cavallereschi ma proprio tutti coloro che aderiscono ai princìpi della cavalleria siano considerati da San Bernardo e, più in generale, dalla società medievale (in certi casi addirittura fino ad oggi) non come dei semplici mantenitori dell’ordine pubblico, esecutori della volontà monarchica, difensori di alcuni particolari membri della società (i poveri, i diseredati, le vedove, i malati e, nel caso della cavalleria secolare, i propri signori) o combattenti, bensì come dei veri e propri ministri deputati da Dio con lo scopo di fare tutte queste coste e di proteggere la Chiesa (e quindi in un certo senso influenzarla, essendo la protezione nel mondo antico inscindibilmente associata alla signoria): in questo senso, il cavaliere esercita un vero e proprio ministero sacro, inscindibile dalle virtù e dai valori propriamente cavallereschi.

3San Bernardo non si sta riferendo soltanto ad un luogo fisico, cioè Sion (quindi a Gerusalemme, essendo questo il monte su cui è costruita), bensì quel monte rappresenta in realtà l’intera cristianità; userà estesamente questa tecnica più avanti, dal capo IV al capo XIII, usando i luoghi fisici per veicolare delle realtà e degli ideali teologici e spirituali. Sion infatti e, soprattutto, la stessa Città Santa sono infatti spesso indicati non solo nelle Scritture (si veda quale esempio più eclatante Apocalisse 21) ma anche successivamente come metafora della salvezza di Dio e, per metonimia, quindi tutti coloro che sono salvi.

4Qui si ribadisce uno dei due motivi per cui il cristiano, secondo San Bernardo, può uccidere, cioè la protezione dei luoghi santi; l’altro è la protezione dei fratelli nella fede.

5Le due spade rappresentano rispettivamente il potere spirituale e quello temporale, a carico non solo del Pontefice e dei membri del clero ma anche degli stessi cavalieri.

6Questa affermazione è molto cara a San Bernardo, tanto che la citerà di nuovo nel De Consideratione: in quest’ultimo scritto, infatti, il santo si rivolge a papa Eugenio III in seguito alla disastrosa Seconda Crociata, fortemente appoggiata dallo stesso abate di Chiaravalle. In quest’opera San Bernardo cita quella frase in riferimento agli sberleffi degli arabi contro l’armata cristiana in rotta, spiegando che i motivi di detta disfatta risiedono principalmente nella scarsa motivazione e nel desiderio di rapina dei crociati.

Dott. Antonio Borrani

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